Σάββατο 23 Δεκεμβρίου 2017

Essere donna nella Grecia antica: una difficile condizione di subalternità nell’ambiente sociale e familiare

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Nell’Antica Grecia le leggi, la politica, la cultura erano materia degli uomini, mentre le donne erano relegate al ruolo passivo e domestico che prevedeva la totale obbedienza al padre e, successivamente, al marito. La donna era priva di gran parte dei diritti riconosciuti ai cittadini adulti e liberi.

Martina Tapinassi, Firenze – 18/12/2017

La vita della donna era scandita prevalentemente all’interno delle mura domestiche, nella parte interna della casa, detta gineceo (gynaikeîon). Quello di tenere le donne in casa fu un privilegio delle classi agiate. Se apparteneva ad una famiglia ricca, la donna controllava gli schiavi mentre svolgevano i lavori domestici e per il resto del tempo chiacchierava con le sue parenti. Era permesso loro di uscire solo raramente: le feste religiose erano occasioni per incontrarsi, ma anche qualche particolare avvenimento della famiglia, come ad esempio la nascita di un bambino.

Le donne di condizioni più umili, dovevano invece adoperarsi a preparare i pasti e svolgere le pulizie, ma non effettuavano le compere, un compito affidato esclusivamente agli schiavi.  Uscire di casa, per loro, poteva essere una necessità impellente specie quando, rimaste vedove, erano costrette a trovarsi un lavoro retribuito per il mantenimento della famiglia.

Con lo sviluppo della democrazia coincise il peggioramento della condizione della donna. Nelle classi elevate della società ateniese quelle che non erano ancora entrate in menopausa, furono quasi completamente recluse in casa.

In epoca ellenistica, gli uomini vedevano ancora nella casa il posto ideale per la donna, anche se abbiamo molte notizie di attività svolte al di fuori di essa da parte di signore dell’alta società. Era persino ritenuto poco consigliabile che le donne ricevessero visite da altre donne.

La casa

Bisogna soffermarsi a riflettere sul significato che gli antichi attribuivano al termine oikos, ovvero l’organismo che costituisce la cellula base delle società greche. Questo termine deriva da oikia “casa” ed è collegato al verbo oikizein “abitare”. L’oikos rappresentava un insieme di elementi molto ampio: la casa stessa, il suo contenuto, la terra annessa, il bestiame e il nucleo famigliare.

La donna, per la logica della società di allora, faceva parte delle ricchezze poiché era colei che provvedeva alla riproduzione. La casa era fondata sul matrimonio legittimo e l’eredità era trasmessa solo agli eredi legittimi: ai figli illegittimi, infatti, era riservata solo la quota del bastardo e non godevano di nessuno statuto.

La casa, nel suo complesso, era determinante per la condizione sociale dei cittadini liberi: infatti per avere un nome bisognava essere riconosciuti dal padre, dalla casa di appartenenza. I non liberi, nelle società omeriche, non avevano una casa, non avevano un nome nè un padre.

Se la casa era importante per determinare un gruppo residenziale, la terra permetteva di guadagnare un posto nella struttura gerarchica della società. Il possesso di un lotto di terreno permetteva l’integrazione con la comunità, possederne diversi significava avere un ruolo di potere. La casa e la terra erano quindi ricchezze fondamentali per la determinazione dello status sociale.

Sparta e Atene: due realtà a confronto

La società spartana era quella che, secondo quanto scrive Senofonte della legislazione di Licurgo, offriva alle donne libere una situazione più rigida ma meglio definita. Esse dovevano seguire una dieta quasi esclusivamente a base di cereali ed era vietato loro il vino.

Il ruolo essenziale della donna era l’avere figli, solo per questo Licurgo prescrisse esercizi fisici anche per le donne e furono istituiti agoni di corsa e di forza dedicati, dove esse potessero gareggiare l’una contro l’altra. Fu permesso loro di esercitare il corpo non meno di quel che potevano gli uomini. L’allenamento aveva anche la funzione di irrobustire il fisico delle future madri, ritenendo che da una coppia forte potessero nascere figli più forti.

A Sparta vigeva il culto della forza e della volontà quindi la pratica sportiva della corsa aveva il compito di insegnare alle giovani donne la sofferenza per cui era essenziale la forza fisica. La parità tra l’uomo e la donna sul piano della ginnastica e dell’agonistica sembra più parità di un dovere che di un qualche diritto. L’attività ginnica delle ragazze spartane, globalmente esaltata dai socratici, era anche oggetto di critiche scandalistiche per la tenuta sportiva delle atlete e per la promiscuità con i maschi nelle occasioni di gara.

Ad Atene, invece, la vita era meno rigorosa ma le categorie erano altrettanto chiaramente definite. Demostene, nelle Orazioni sostiene che le amanti erano tenute per il piacere, le concubine perché servissero quotidianamente, le mogli perché procreassero figli ed accudissero fedelmente la casa.

La sfera sessuale all’interno del matrimonio

Senofonte indica la temperanza come caratteristica peculiare del padrone di casa che possa definirsi saggio e prudente. La temperanza dell’uomo e la virtù della donna sono esigenze simultanee e derivanti dallo stato matrimoniale. La temperanza dello sposo non deriva dal legame personale che ha con la moglie e non gli viene chiesta la stessa categoricità nel prestare fedeltà come alla consorte.

Tuttavia, nel pensiero greco dell’epoca classica, si trovano elementi di stampo moralistico che sembrano esigere un’analoga rinuncia ad ogni attività sessuale esterna al rapporto matrimoniale. Resta comunque difficile individuare esattamente quali siano i comportamenti sessuali consentiti e vietati al marito che voglia “condursi bene”.

Certo è che la sua attività sessuale, una volta sposato doveva subire restrizioni secondo misura, rientrando infatti in un meccanismo di doveri e responsabilità circa la sua reputazione, il benessere economico del nucleo familiare ed il suo prestigio nella città. Si assiste ad una distribuzione non equa dei poteri e delle funzioni: la temperanza che viene richiesta al marito non ha né gli stessi fondamenti né le stesse forme di quella che è invece imposta alla donna.

Essa è sottoposta alla potestà del marito mentre quest’ultimo modera la propria condotta seguendo la propria volontà di dare una determinata direzione alla sua vita, di cui è padrone. Pudicizia, fedeltà, rispetto della divisione dei ruoli e obbedienza, virtù proprie di una figura subalterna, sono esattamente le qualità richiestele.

Essa non è altro che un semplice strumento per la procreazione e per la conservazione del gruppo familiare assicurando all’uomo una discendenza legittima. La brava moglie non si permette di interessarsi a questioni estranee all’ambito famigliare, dimostra massimo rispetto per il marito assecondandolo in silenzio e dimostrandogli sottomissione.

Le eteree

Le uniche donne veramente libere erano le etèree (ἑταίραι), per alcuni aspetti assimilabili a cortigiane sofisticate. Oltre a prestazioni sessuali, offrivano compagnia e spesso intrattenevano relazioni prolungate con i clienti. In maggioranza ex-schiave o straniere, venivano iniziate alla carriera dell’impudicizia in tenera età e spesso cambiavano il loro vero nome. Le eteree dovevano esibirsi in spettacoli musicali e di danza che avevano luogo anche durante i banchetti. Godevano di libertà esclusive: potevano gestire autonomamente i propri averi ed uscire di casa a loro piacimento.

La rappresentazione della donna nell’arte

La scultura classica propone nuovi canoni di proporzioni della figura umana, concepita come una costruzione architettonica. La rappresentazione del comportamento eroico era tuttavia riservata al sesso maschile. Questa preminenza nelle arti figurative si pone come indizio sicuro dell’orientamento maschile che caratterizzava la società greca. Quando le donne assumevano l’indipendenza ed il coraggio caratterizzanti degli uomini, venivano considerate contro natura. Pur non essendo per nulla escluse dall’arte monumentale esse appaiono in generale nel ruolo di aiutanti o assistenti.

Una donna tuttavia, la dea Athena, era celebrata in misura straordinaria nelle arti visive, sia ad Atene che in tutto il mondo greco; nessun’altra dea, nella composizione dei frontoni rimasti, occupa un tale rilievo e si trova così spesso al centro delle facciate degli edifici. La rappresentazione abituale di Athena la mostra nei panni di una dea-guerriera armata.

Fino alla metà del IV sec. erano rare nell’arte greca le raffigurazioni di nudo femminile mentre fin dall’inizio il nudo maschile prevaleva in tutte le forme artistiche. Motivo in più per capire che nella Grecia del periodo classico l’uomo disponeva di uno status e di una libertà sociali non accordati alla donna.

LE LETTURE CONSIGLIATE:

G. Duby-M. Perrot, Storia delle donne in occidente: L’antichità, vol. 1, Roma-Bari, Laterza, 1990

S.B. Pomeroy, Donne in Atene e Roma, Torino, Einaudi, 1978

I. Savalli, La donna nella società della Grecia Antica, Bologna, Patron Editore, 1983

S. Dagradi, Sessualità e matrimonio in alcuni scritti di Senofonte, in “Nuova Rivista Storica”, n. 84, 2000

L. Faranda, Dimore del corpo: profili dell’identità femminile nella Grecia classica, Roma, Melteni, 1996

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