Τετάρτη 12 Απριλίου 2017

TRADURRE KAZANTZAKIS IN ITALIA: “UNA LOTTA CORPO A CORPO CON LA LINGUA”

Αποτέλεσμα εικόνας για KAZANTZAKIS ITALIA
 “Tradurre è tradire”, recita un noto adagio. La traduzione infatti per sua stessa natura comporta un processo di perdite, in cui il testo si trasforma, perde e acquista nuova forza. Soprattutto, la traduzione è un viaggio affascinante fra lingue e culture: filtro, ponte e lotta quotidiana per “dire quasi la stessa cosa”, come afferma nel suo saggio Umberto Eco.

 Affrontare la lingua di Kazantzakis, così variegata, piena di sfumature, polisemica e
profonda, per un traduttore è una grande responsabilità, e una sfida che sfiora la
vertigine.
 Tradurre è anche un’operazione interculturale di avvicinamento a una cultura altra,
per uno scambio e una conoscenza reciproci. E allora qual è l’orizzonte di attesa del
pubblico italiano che legge letteratura greca? Occorre osservare che, dopo un periodo
di attenzione (anni ’60-’70) dovuto anche alla forte tradizione di grandi neogrecisti, le
iniziative editoriali di traduzione sono diventate sempre più limitate: Bompiani ha
raccolto grande successo con i gialli di Petros Màrkaris, ma l’editore Crocetti a
Milano e l’editore Argo a Lecce sono gli unici a mantenere con costanza un legame
con la Grecia. Per quanto riguarda la poesia, oltre al fenomeno Kavafis, si è creato un
pubblico di appassionati delle liriche dei premi Nobel G.Seferis e O.Elytis, ma anche
di Ghiannis Ritsos, tradotto instancabilmente da Nicola Crocetti, che ha avuto il
privilegio di conoscerlo personalmente. Intanto però chiudono cattedre universitarie di
lingua e letteratura neogreca e in generale la Grecia delle lettere risulta sempre più
relegata all’immagine di una letteratura “minore”, periferica e in un certo senso
esotica, per filelleni e lettori di nicchia.
 E Kazantzakis? Fino a qualche tempo fa il panorama traduttivo intorno alle sue
opere era disperante. Il lettore italiano fatica a trovarne i libri (spesso fuori
commercio), come pure saggi e studi sulla sua figura. Infatti, forse anche per la
difficoltà di catalogare la sua statura eclettica, Kazantzakis raramente è presente in
studi di letterature comparate che comprendono importanti figure del XX secolo.44
L’autore cretese resta un vago ricordo per le persone di mezza età, che spesso non 
sono stati lettori diretti delle sue opere, ma spettatori dei film di Kakoghiannis e
Scorsese.
 Qualcosa però forse sta cambiando. Anzitutto l’accoglienza entusiasta del pubblico,
un aspetto riscontrato durante gli incontri della Società Internazionale “Amici di
Kazantzakis” e che continuo a registrare anche presso i giovani nella mia attività
presso l’Università di Pavia: quando qualcuno comincia a leggere Kazantzakis, prova
una sorta di shock culturale, rimane stregato dalla sua capacità narrativa e si mette alla
ricerca dei suoi libri.
 Che cosa ha a disposizione il lettore italiano? Cominciamo dai grandi assenti. Salvo
esempi isolati e limitati all’interesse filologico-accademico,45 mancano le traduzioni
della produzione teatrale. L’Enciclopedia Dantesca riporta un breve riferimento, a
cura del neogrecista Mario Vitti, relativo alla traduzione di Kazantzakis della
Commedia. Non sono state tradotte le Terzine e manca purtroppo anche per intero la
serie dei Ταξιδεύοντας, i resoconti di viaggio,46 come pure le lettere di Kazantzakis.47

 Sul versante filosofico, nel 1982 è stata tradotta l’Aσκητική - Salvatores Dei
(Ascetica),48 mentre Αναφορά στον Γκρέκο ha conosciuto prima una traduzione
parziale e finalmente in forma integrale (Nicola Crocetti) nel 2015: al di là delle più
rosee aspettative, la seconda edizione è già andata esaurita.49
 Per quanto riguarda i romanzi, attendono ancora una traduzione il giovanile Όφις και
κρίνο, ma anche Oι Αδερφοφάδες e Τόντα-Ράμπα, mentre sono ancora in cerca di
editore alcuni tentativi intrapresi dagli studiosi intorno a Συμπόσιο e Tα Παλάτια
Κνωσού.
 Passiamo ora ai romanzi maggiori. Ο Χριστός ξανασταυρώνεται è stato tradotto da
Mario Vitti nel 1955 (Cristo di nuovo in croce)∙
50 Bίος και πολιτεία του Αλέξη Ζορμπά
nel 1955 dall’inglese e dal greco soltanto nel 2011, per cui si veda infra∙ Ο Καπετάν
Μιχάλης nel 1959 (Capitan Michele)∙
51 Ο φτωχούλης του Θεού negli anni ’80 (Il
poverello di Dio)∙
52 Ο τελευταίος πειρασμός (dal francese) nel 1987 (e poi 1988,
riedito nel 2012, per cui si veda infra).
 Si nota quindi una fioritura di interesse intorno a Kazantzakis negli anni ’50 e
naturalmente dopo i successi cinematografici (Zorba the Greek di Μ.Kakoghiannis,
1964 e L’ultima tentazione di Cristo di Μ.Scorsese, 1988).
Vorrei concentrarmi però sul recente revival di Kazantzakis.
 Nel 2012 l’editore Frassinelli decide di ripubblicare L’ultima tentazione: viene
riproposta la traduzione del 1987 (di Marisa Aboaf e Bruno Amato), con una lieve
variante nel titolo L’ultima tentazione di Cristo (che fa eco al titolo del film). Si tratta
però sempre di una traduzione di traduzione, a partire dal francese.
 C’è però un’importante novità: la Prefazione, a cura della scrittrice di origini sarde
Michela Murgia, che si occupa di libri con acume e intelligenza.
 L’incipit del suo intervento è a effetto: «L'ultima tentazione mi ha rovinato la vita e
questa non è una frase detta tanto per dire». La Murgia spiega subito, con il
riferimento a un episodio autobiografico. Fino al 1997 insegnava religione cattolica
presso il Liceo Classico di Oristano, compito ingrato, perché ogni giorno doveva
lottare con studenti indifferenti e disinteressati, che spesso concentravano «tutto il
loro potenziale disturbante» proprio durante le ore di religione. Nella classe più
turbolenta, la II D, gli studenti che non si avvalgono della religione sono nove, ma
restano in classe per dare man forte agli altri nel creare caos e disturbo. La Murgia
cerca di affrontare la situazione con l’aiuto di Gesù Cristo, una figura che gli
adolescenti, irritati dall’ipocrisia della Chiesa, riconoscono e accettano. Intuita la
possibilità di agganciare l’attenzione degli studenti, la docente si inventa delle lezioni
«giocate tutte sulle interpretazioni radicali che ne avevano dato gli artisti moderni e
contemporanei» , quindi:confronto di visioni cinematografiche (Zeffirelli vs Pasolini),
iconografie pittoriche e trasposizioni musicali (Mozart vs Jesus Christ Superstar). E i
libri? Ecco che arriva in soccorso L’ultima tentazione di Kazantzakis, 
durante l’ora di religione facessi leggere ai miei studenti libri “caldamente sconsigliati
dalla Chiesa”». L’insegnante non riesce a persuadere il monsignore delle ragioni
pedagogiche del suo esperimento né a spiegare in modo efficace «la forza dei
terremoti di senso che solo la letteratura, quella vera, sa porre all’anima come atti
ineluttabili». Occorre obbedire al superiore, ma questo episodio la obbliga a un
ripensamento totale sulla propria vita. L’anno successivo non presenta più domanda
per l’insegnamento, sceglie la via pericolosa del precariato, si dedica alla scrittura e
inizia un’altra vita.
 Anche se la traduzione del volume di Kazantzakis è ancora quella infedele del 1987,
l’operazione di svecchiamento dell’opera almeno nell’apparato paratestuale è
lodevole e significativa. L’avvertimento conclusivo al lettore è di forte impatto:
«Qualunque cosa vi aspettiate da questo libro, siate certi che non vi lascerà intatti».
 Una grossa novità nel panorama delle traduzioni italiane di Kazantzakis deriva dal
coraggio dell’editore Nicola Crocetti, che ha permesso all’Italia di leggere le pagine
migliori della letteratura neogreca. Negli ultimi anni, nonostante le difficoltà
economiche, ha deciso che è venuta l’ora di Kazantzakis. Apre con Zorba (2011), per
la prima volta tradotto dall’originale greco, è poi la volta di Francesco (2013) e
Rapporto al Greco (2015). Inoltre Crocetti da anni si sta dedicando all’opus magnum
del Grande Cretese, la traduzione dell’Odissea. Ne ha consegnato alcune rapsodie
all’amico Moni Ovadia, famoso attore di origini greco-ebraiche, che ama molto
Kazantzakis e nel 2012, invitato al Magna Graecia Teatro Festival, Ovadia ha
presentato il suo Odissea-Project nei siti archeologici dell’Italia meridionale
(Diamante, Locri, Sibari, Cassano, Crotone, Capo Vaticano). Si tratta di uno
spettacolo bilingue: Ovadia recita qualche centinaio di versi dall’Odissea di
Kazantzakis, in forma di oratorio, con il greco alternato all’italiano, accompagnato da
proiezioni e soprattutto dalla musica del gruppo Evì Evàn (metà greci e metà italiani),
che spazia nei ritmi più vari della tradizione, dal rebetiko all’amanes. Alcune
dichiarazioni di Ovadia rilasciate nelle interviste chiariscono l’obiettivo
dell’esperimento:
È uno spettacolo politico, nel senso lato del termine. Noi siamo tutti greci. Se non
comprendiamo le nostre radici, da dove veniamo, non faremo mai l’Europa, ma solo un
agglomerato fortuito che gira come un criceto nella gabbia. Una roba miserabile. [Oggi,
09.08.2012]
Nessuno mette in dubbio il valore inestimabile e fondativo del patrimonio antico, – scrive
Ovadia nelle note di regia – ma il contributo della grecità contemporanea a mio parere ha un
valore altrettanto alto, soprattutto per quanto attiene alla poesia ma anche alla lancinante
bellezza delle sue musiche tradizionali, popolari, popolaresche e d’autore.
[http://pippogallelli.myblog.it/2012/08/02/373/]
 Le traduzioni di Crocetti sono fedeli, esclusivamente dal greco e molto curate. Come
dice Crocetti stesso «ogni parola è una lotta corpo a corpo con la lingua di
Kazantzakis». Sono già diventate punto di riferimento e stanno cominciando ad aprire
una nuova stagione per la diffusione e conoscenza del Grande Cretese. 
Come reagisce il pubblico italiano del XXI secolo ai romanzi di Kazantzakis? C’è
attenzione e discussione: ad esempio Francesco è stata per molti una scoperta nuova,
che va ad arricchire la bibliografia e le letture sulla vita straordinaria del Santo.53

 Ma è soprattutto Zorba che continua ad affascinare: attraverso le recensioni e il
passaparola, molti tornano a leggere il capolavoro nella nuova veste linguistica e
(ri)scoprono il personaggio che aveva conosciuto in Italia grande successo a margine
del film di Kakoghiannis (1964) e della musica di Theodorakis. Una nuova ondata di
popolarità si era registrata nel 1988, in occasione di un evento spettacolare: la prima
del balletto Zorba, con le coreografie di Lorca Massine e le musiche di Theodorakis
all’Arena di Verona. In tale occasione ad esempio i due artisti dialogano con il
filosofo Emanuele Severino in un libro di spessore (MITHOS. Zorba il Greco,
Tranchida, Milano 1988) che accompagna lo spettacolo ed esamina Zorba come
“archetipo”, al pari dei miti classici greci, con molti riferimenti d’obbligo al romanzo
di Kazantzakis. Da allora molti teatri italiani ospitano il balletto, registrando sempre
grande partecipazione di pubblico.
 Il discrimine fra popolarità e cristallizzazione in stereotipo è però molto scivoloso.
Se il romanzo di Kazantzakis si è ormai trasformato in cultural text, capace cioè di
varcare i confini della comunicazione mediale (romanzo-film-balletto), a questa
vivacità fa da contraltare un’immagine fissa – legata per lo più alla visione
(banalizzante) della pellicola di Kakoghiannis.54

 Un’indagine veloce nella Rete rivela numerose taverne-ristoranti greci in Italia che si
fregiano del nome di Zorba, promettendo cibo tipico e danze tradizionali.55
 Di nuovo Zorba come stereotipo dell’uomo greco comune è tornato alla ribalta, in
concomitanza della crisi economica della Grecia. Spesso nelle vignette satiriche
Zorba è simbolo negativo del greco spensierato che danza sull’orlo dell’abisso e
festeggia la sua stessa catastrofe.56 Una breve esplorazione nella Rete porta a
innumerevoli scoperte. Ad esempio in un blog è apparsa una riproduzione (opera di
Fabio Magnasciutti) venata di forte ironia: un danzatore, nella posa caratteristica del 
protagonista del film di Kakoghiannis, cerca di tranquillizzare il suo pubblico
scongiurando lo spettro della Grexit. Ma proprio nelle sue parole si legge il
calembour: invece di “Eurozona”, il personaggio dice “Eurozorba”, creando così un
cortocircuito di senso e un rovesciamento di prospettive.57
 Sul quotidiano “Il Manifesto” (08.07.2015) la vignetta di Mauro Biani cercava di
sintetizzare i frenetici dibattiti sulla sorte della Grecia con una nota di speranza. Sullo
sfondo di un cielo azzurro, solcato da qualche innocua nuvola bianca e dalla
tranquillizzante corona di stelle che simboleggia l’Unione Europea, due figure in
giacca e cravatta sono in bilico su una corda tesa sopra l’abisso. I due funamboli però
sono allacciati nella posizione tipica del ballo greco, e in particolare rinviano alla
scena finale del film di Kakoghiannis: uno infatti sembra indicare all’altro i passi da
muovere sul filo. Forse si tratta del premier greco Tsipras e di un rappresentante della
Troika: la Grecia starebbe cioè cercando di insegnare ai falchi d’Europa una via più
morbida. La vignetta è stata ripresa da molti altri siti, spesso con il commento “Se la
Troika avesse visto Zorba…”, forse le cose sarebbero andate diversamente? 
Nell’articolo La Grecia libera nelle ballate di Kazantzakis58 il giornalista Matteo
Nucci osservava:
“Teach me to dance”. Negli ultimi mesi, alcuni osservatori della crisi che ha colpito la Grecia
hanno citato questa frase per spingere la cosiddetta troika (FMI, BCE, UE) a una conoscenza
più approfondita del popolo greco. Siamo alle battute finali del film diretto da Michalis
Cacoyannis che nel 1965 conquistò tre Oscar: Zorba il greco. (…) La risposta a una civiltà in
crisi, in questo romanzo capolavoro, è un’indefessa lotta per la libertà. Qualcosa che la troika
farebbe bene a tenere in mente.
 Ed è significativo ricordare, in questa direzione di uno Zorba paradigmatico e
positivo, l’iniziativa della rivista Minima&Moralia, che ha invitato gli italiani alla
solidarietà verso la Grecia nei difficili giorni del luglio 2015. La chiamata a raccolta
sotto l’ambasciata greca di Roma prevedeva due sole “armi della cultura”: il saggio di
I.Kant Per la pace perpetua (1795) e il romanzo-capolavoro di Kazantzakis, Zorba.
 L’Italia, come si è detto, ha finalmente un nuovo Zorba:59 fino al 2011 gli italiani
potevano leggere la traduzione di Olga Ceretti Borsini del 1955, tratta dalla
traduzione inglese. Fra l’altro inspiegabilmente quella traduzione aveva espunto il 
Prologo,60 una “soglia meta-letteraria” indispensabile per comprendere l’architettura
narratologica del romanzo.
 Quella di Crocetti non è solo una traduzione più precisa e fedele all’originale, che
passa attraverso uno svecchiamento del lessico: la cura si volge anche a musicalità,
ritmo, punteggiatura, e il romanzo guadagna in freschezza, respiro, scorrevolezza.
 Vorrei proporre qui in sintesi alcuni esempi rappresentativi del nuovo Zorba di
Crocetti, tratti dal primo capitolo,61 messo a confronto con la resa traduttiva del 1955.
La differenza balza agli occhi fin dall’incipit. Siamo proiettati in medias res attraverso
due frasi semplici e dense: «Tὸν πρωτογνώρισα στὸν Πειραιά. Eἶχα κατέβει στὸ
λιμάνι νὰ πάρω τὸ βαπόρι γιὰ τὴν Κρήτη.» Rinunciare alla paratassi significa
sacrificare l’asciuttezza venata di mistero. Così traduceva la Ceretti Borsini: «Feci la
conoscenza con lui al Pireo, la mattina che mi recai al porto per imbarcami sul
piroscafo diretto a Creta». Si noti invece la fedeltà di Crocetti: «Lo conobbi al Pireo.
Ero andato al porto a imbarcarmi per Creta».
 In modo analogo, nella traduzione di Crocetti l’arrivo di Zorba ritrova un sapore
teatrale e soprattutto l’immediatezza della parlata del protagonista, che senza troppi
convenevoli va subito al nocciolo della questione. Infatti, in un modo molto brusco,
egli chiede: «Ταξίδι;» μὲ ρώτησε «Γιὰ ποῦ, μὲ τὸ καλό;». Nel 1955 la traduttrice
sceglieva il plurale di cortesia, creando però una distanza sociale fra i due personaggi
che non esiste in Kazantzakis: «Viaggiate?, domandò. Dove siete diretto? O forse
state andando alla ventura?». Più snello l’esito in Crocetti: «Viaggi?, mi domandò.
Dove vai, con buona fortuna?»
Poche righe dopo, alle domande del narratore, Zorba risponde:
«Γιατί! Γιατί!», ἔκαμε μὲ περιφρόνηση. «Δὲν μπορεῖ τέλος πάντων ὁ ἄνρθωπος νὰ κάμει κάτι
καὶ χωρὶς γιατί; Ἔτσι, γιὰ τὸ κέφι του. Νά, πάρε με, ἂς ποῦμε, μάγερα· ξέρω καὶ φτιάνω κάτι
σοῦπες...»
 Nella precedente traduzione il lessico di Zorba non era adeguato alla disordinata
immediatezza della sua parlata (ad esempio la resa di κέφι, l’aposiopesi finale risolta
invece in un’intera frase): «Perché? Perché?» esclamò in tono disgustato. «Non si può
dunque far nulla senza un motivo definito? Soltanto spinti dal desiderio di agire in
quel dato modo? E va bene, assumetemi come cuoco. So cucinare minestre così
prelibate che voi non potreste neppure immaginarle…». Ecco invece la proposta di
Crocetti: «Perché! Perché!», fece con aria sdegnata. «Insomma, l’uomo non può fare
qualcosa senza un perché? Così, per il suo piacere? Be’, diciamo che mi prendi come
cuoco; so fare certe minestre…»
 Gli esempi si potrebbero moltiplicare. Mi soffermerò su un ultimo passaggio.
Kazantzakis presta attenzione all’architettura del testo: frasi brevi, pause calibrate,
iterazioni, in un’apparente semplicità che imita il registro colloquiale. La traduzione
del 1955 mirava alla scorrevolezza: espunge pertanto le ripetizioni, crea lunghi periodi ipotattici, impiega termini desueti senza sottolineare la calibratura orale, con
un effetto quasi stonato rispetto all’originale. Crocetti valorizza invece l’approccio di
immediatezza, conservando colore e vivacità. 
Vorrei terminare con una nota positiva e un augurio alla Grecia che sta soffrendo.
Zorba può anche essere una terapia. Lo dicono le inglesi Ella Berthoud e Susan
Elderkin nel libro Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno, pubblicato in
Italia per Sellerio (2013). Le autrici registrano i principali libri che possono svolgere
la funzione di farmaci letterari per la nostra epoca post-moderna malata. Sotto il
lemma “Exhaustion” (Esaurimento), come libro-antidoto troviamo proprio Zorba:
Esaurimento. Zorba è un uomo dalle mille risorse, usa la danza per raccontare le sue storie, per
definire la propria identità, per spiegare il mondo e per tirarsi su di morale quando è triste. Si
lancia con tutto se stesso in progetti sempre nuovi. Diventate anche voi allievi di Zorba.
Quando vi sentite esauriti, non lasciatevi andare. Alzatevi in piedi e fate un po’ di musica, e
trovate una danza dentro di voi.
 Italo Calvino62 definiva “classico” quel libro «che non ha mai cessato di dire ciò che
ha da dire». È quanto succede con le pagine di Zorba e degli altri romanzi di
Kazantzakis, grazie alla sua scrittura potente e sempre attuale. Ci auguriamo che
l’Italia, Paese tanto amato dallo scrittore cretese, possa presto conoscere una nuova e
feconda epoca di traduzioni. 

FONTE: ISTITUTO ITALIANO DI CULTURA, DI ATENE

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