Il Fondo
monetario internazionale spiega perché i sacrifici imposti alla Grecia non sono
serviti a nulla, se non a peggiorare la situazione del paese
Riavvolgendo il nastro della cronaca, d’improvviso il dibattito fra UE e FMI ci riporta all’estate del 2015, quando i prestiti in scadenza che la Grecia avrebbe dovuto in qualche modo onorare a pena di default, infiammarono di chiacchiere vacue e manifestazioni di piazza le nostre giornate di allora, mentre i narratori del mainstream raffiguravano la solita storiella della Grecia buona contro i creditori cattivi – ovviamente tedeschi – e l’FMI, che pure qualche zampino ci ha messo in tutta la faccenda, a far da Grande Mediatore in un partita dove non vince nessuno, e tantomeno i greci. Quell’estate finì con il fondo ESM che accordava un finanziamento da 86 miliardi alla Grecia (l’89% del PIL) in cambio del quale il governo avrebbe dovuto fare alcune cose.
Quasi due
anni dopo, rieccoci, in un anno funestato da elezioni di sostanza come quelle
francesi e quelle tedesche, e di nuovo prestiti in scadenza, che proprio come
due anni fa, matureranno d’estate come ciliegie tardive, ma assai meno dolci.
Sarebbe bene perciò arrivare bene informati a questo appuntamento, che segnerà
l’ennesimo tentativo di palingenesi dell’eurozona, probabilmente esaurendosi
nella solita proroga accompagnata da ulteriore prestito e magari un sostanzioso
haircut. Specie dopo che l’FMI, nel suo ultimo staff report l’ha messo pure per
iscritto che il debito greco è insostenibile e che servono sforzi da parte dei
partner europei, giudicati già assai generosi, per permettere ai greci di
andare avanti. Siamo stati facili profeti quando scrivemmo, proprio agli albori
di questo blog, che la stagione all’inferno dei greci sarebbe durata almeno una
generazione. Il che implica che quest’inferno dovremo patirlo anche noi,
italiani ed eurodotati, visto che con i greci condividiamo una moneta che è anche
un destino. Nel frattempo l’unico limite è la fantasia. Si legge di tutto sui
giornali, persino di possibili defezioni della Grecia dell’euro per adottare il
dollaro, a significare del clima che circonda tutta la vicenda e delle ricadute
politiche che porta con sé.
Arrivare bene
informati, quindi, è un presupposto necessario, che magari aiuta pure ad
imparare qualche lezione da questa tormentata vicenda. Ed è bene cominciare col
sostanziare in cifre ciò che è successo in Grecia negli ultimi cinque anni.
Attingo da documento dell’FMI, che riepiloga in questa tabella i principali
indicatori macroeconomici. Come si vede, il paese è tornato alla crescita,
seppure ancora debole (siamo al livello del 2014), e la disoccupazione è scesa
dal 26,5% del 2014 al 23,2 stimato per l’anno scorso che dovrebbe diventare il
21,3 quest’anno. Come aggiornamento giova ricordare che l’ultimo trimestre del
2016 si è concluso con un calo del prodotto, il che non è sicuramente un buon
auspicio. E’ interessante notare che gli incassi fiscali, arrivati al 48% del
PIL nel 2013 dal 44,1 del 2011 si stima abbiano raggiunto il picco l’anno
scorso arrivando al 49,3%, pure se è giusto ricordare che questo dato va letto
tendendo a mente che fra il 2011 e il 2013 il PIL greco è diminuito parecchio e
questo in qualche modo influenza il peso relativo delle entrate sul prodotto.
La stessa
considerazione vale per le uscite, che dal 54,4% del PIL del 2011, dovrebbero
arrivare al 47,4% quest’anno, dopo essere aumentate lievemente dal 47,8 al 49,3
fra il 2015 (data di concessione dell’ultimo prestito) al 2016. La correzione
fiscale comunque è stata notevole, se si considera che il deficit/PIL era
negativo per oltre il 10% nel 2011 e dal 2015 è sceso sotto il 3%. In compenso
il debito pubblico sta intorno al 180%, assai lontano dagli obiettivi. Da qui
la preoccupazione dell’FMI. Sul versante della bilancia dei pagamenti, il saldo
di conto corrente viaggia da un triennio intorno allo zero, dal deficit del 10%
del PIL del 2011, quindi la correzione è stata profonda anche qui, ma il debito
estero rimane elevato: l’anno scorso si stima sia arrivato al 245% del PIL dal
188% del 2011. E questa è una lezione che è bene ricordare: i debiti è facile
farli, ma è assai difficile liberarsene.
Forse molti
l’hanno dimenticato, ma la Grecia vive ancora notevoli restrizioni monetarie.
«I controlli di capitale vanno eliminati nel più breve tempo possibile – esorta
l’FMI – prudentemente, preservando la stabilità finanziaria». E questo ci
suggerisce la seconda lezione. È molto facile essere costretti ad adottare i
controlli sui capitali – ricordate l’Islanda? – ma toglierli è molto difficile,
specie quando sei un paese che vive grazie al credito estero e hai una montagna
di debiti.
La terza
lezione ce la ricorda il ritornello delle riforme strutturali, che ormai non
risparmia nessuno e tantomeno la Grecia, ancora alle prese con gravi
inadeguatezze che l’FMI sottolinea con fermezza, a conferma del fatto che la
carota dello sconto sul debito va sempre accompagnata dal bastone delle riforme
necessarie per continuare ad avere credito. Questa lezione è la più dura da
digerire, perché se è facile dire che bisogna fare le riforme, è assai
difficile compierle sul serio, specie quando insistono su consuetudini antiche
e difficili da modificare.
La quarta
lezione è che un paese in crisi è un pozzo senza fondo. «Eccezionali
finanziamenti ufficiali pari a circa 260 miliardi (147 per cento del PIL) hanno
contribuito a sostenere l’adeguamento e mantenere la Grecia nella zona euro.
Tuttavia, la Grecia non è riuscita a tornare a una crescita sostenibile, avendo
subito una contrazione di oltre il 25% del PIL dal 2008, e di oltre il 60%
degli investimenti, con la disoccupazione al livello più alto nella zona euro».
La quinta
lezione è che per quanti sacrifici si possa imporre a un paese, arriva un
momento in cui non ce la si fa più, perché non si ha voglia o è troppo
difficile. «Le riforme hanno perso slancio – nota l’FMI – in parte riflettendo
la fatica associata col costo sociale degli aggiustamenti». L’FMI si rende
conto che a furia di tirare una coperta corta quella si strappa, ma non può
esimersi dal notare «l’incapacità del sistema politico di mantenere il supporto
popolare per lo sforzo di riforme necessario, a fronte di un tessuto sociale e
politico sempre più sfilacciato e della percezione che i costi di aggiustamento
siano stati inegualmente suddivisi a sfavore di alcuni gruppi (ad esempio
salariati), mentre altri sono stati protetti». E questo è il corollario della
quinta lezione: un paese in crisi di debito diventa litigioso, ossia tutto il
contrario di ciò che serve per superare una crisi.
La sesta
lezione è che tutta questa fatica rischia di essere inutile. «L’economia rimane
fondamentalmente non competitiva», scrive l’FMI, e questo malgrado «l’impegno
profuso nel programma di aggiustamento». L’export di beni e servizi,
considerato nel periodo 2008-15 rimane ancora negativo, mentre in Irlanda
l’export cresceva del 100% e in Spagna e Portogallo intorno al 30-40%. La
settima lezione è che fare tagli non basta, se si sbaglia a farli. La Grecia
sta in questa situazione a fronte di un aggiustamento fiscale strutturale del
16% del PIL. Chiedersi cosa non abbia funzionato, perciò, dovrebbe essere una
sana prassi di gestione della cosa pubblica. L’FMI ci offre qualche
suggerimento. Circa un quarto di questi tagli è stato indirizzato a ridurre i
salari del settore pubblico e le pensioni, mentre il resto è stato dedicato a
tagli di spesa discrezionali. Senonché «i salari sono diminuiti, ma il problema
è migrato sulle pensioni a causa dei pensionamenti anticipati, che hanno
condotto una aumento della spesa previdenziale fra il 2010 e il 2015». Col
risultato che il sistema pensionistico «rimane altamente squilibrato con un
deficit di quattro volte quello dell’euro-area» e poi che il peso fiscale è
inegualmente distribuito: «Più della metà dei lavoratori dipendenti sono
esentati dal pagamento di imposte personali, a fronte dell’8% della media
euro».
E questo ci
porta all’ottava lezione. Il bilancio dello stato è una cosa seria e bisogna
utilizzarlo con giudizio. In Grecia «la struttura corrente della finanze
pubbliche è fondamentalmente inefficiente, ingiusta e socialmente
insostenibile». Tanta spesa pubblica non è una panacea, al contrario: può essere
l’origine del problema se questa spesa, a causa di una sua cattiva
configurazione, incoraggia la divisione sociale e l’instabilità, in un paese
che ne avrebbe un gran bisogno. Basta fare l’esempio delle banche: «Nonostante
tre round di ricapitalizzazione – osserva il Fondo – e il massiccio supporto di
liquidità da parte della BCE, la fiducia nel sistema bancario non è ancora
tornata e i controlli di capitale sono ancora vigenti». Le sofferenze (NPLs)
sono quasi al 45% dei prestiti totali, quattro volte quelle del 2010, e il
sistema finanziario è fragile. Le banche hanno perso il 27% dei loro depositi
nella prima metà del 2015, quando si iniziò a discutere dei problemi del paese.
Adesso i flussi sono stabili, grazie anche ai controlli sui capitali. Ma il
settore privato è ancora profondamente danneggiato e questo si deduce
dall’aumento del debito e dal crollo degli investimenti.
Nessuno può
sapere come e quando la crisi greca terminerà e come questo tormento che dura
anni impatterà sull’eurozona. Soprattutto, aldilà dei vari tecnicismi, nessuno
sa veramente come uscirne. E questa è l’ultima lezione. La più triste.
di Maurizio Sgroi, thewalkingdebt.org
Pubblicato
sul blog dell’autore il 16 febbraio 2017
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