Τετάρτη, 27 Ιουνίου 2018

L’INTERVISTA»GIORGIO IERANÒ


Nate quasi tutte da esplosioni vulcaniche, piccoli paradisi incorniciati fra l’azzurro di mare e cielo dove si avverte ancora la presenza di divinità, le isole greche rievocano miti e leggende nella...

di Maria Viveros, 26 giugno 2018

Nate quasi tutte da esplosioni vulcaniche, piccoli paradisi incorniciati fra l’azzurro di mare e cielo dove si avverte ancora la presenza di divinità, le isole greche rievocano miti e leggende nella loro sfaccettata combinazione di paesaggi, storia e arte. “Esaltano la natura arcana e misteriosa dell’Egeo”, “entità in perenne movimento, luoghi variabili”, esercitano un fascino immutato nel tempo (a dispetto degli stucchevoli stereotipi turistici di oggi), tanto che si può correre il “rischio” di essere afflitti da una sindrome particolare, l’«isolomania», come ci avverte Giorgio Ieranò in “Arcipelago. Isole e miti del Mar Egeo” (Einaudi, pp. 288), il suo ultimo libro, che ha presentato ieri alla libreria Arcadia a Rovereto.

Come già in “Olympos", “Eroi”, “Gli eroi della guerra di Troia” (editi da Sonzogno), l’approccio di Ieranò, docente di Letteratura greca presso il Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento, non è freddamente documentaristico o tecnicistico, pur offrendo un’infinità di dati storici, letterari e artistici. Il suo è l’appassionante racconto di un itinerario immaginifico fra passato e presente (che sia anche il riflesso del nostro mondo interiore?), che parte dall’universo del mito, affondando le radici in un tempo così remoto da apparire indefinito, per arrivare ai giorni nostri. “Un isolario del XXI secolo”, lo definisce Ieranò, proprio come uno di quei compendi usati dai viaggiatori occidentali nei mari del Levante che accompagnavano la descrizione di approdi e luoghi con la narrazione di eventi storici e leggende. “Isolario”, appunto, con tanto di dei e dee, ninfe, pastori e strane creature (come i vampiri della lunare Santorini), ma anche riferimenti a scrittori segnati dal loro viaggio nelle isole greche (da Chateaubriand a Lord Byron, a Mark Twain), con ampie incursioni nella storia (dalle crociate a episodi legati alle guerre mondiali).

Abbiamo posto a Ieranò alcune domande sui luoghi emozionanti di cui ha parlato in “Arcipelago”.

Il mondo greco è da sempre fonte di ispirazione e di continui rimandi per autori occidentali di epoche diverse, ma nel lungo cammino della storia della Grecia è l’età remota dei miti che prevale nell’immaginario collettivo. Come mai?

«Perché il mito non appartiene solo a un’epoca remota ma a tutta la storia dell’ umanità. Attraversa tutta la poesia, l’ arte e la letteratura della Grecia. “Mito” sono anche l’Iliade di Omero o le sculture del Partenone. Il primo racconto sugli eroi e sulle divinità risalirà anche alla preistoria ma per i greci erano storie vive, che parlavano all’uomo contemporaneo. Lo stesso vale per noi. Il mito greco è sempre presente, come simbolo, come tema letterario e iconografico. Del resto, basta andare in piazza Duomo a Trento: la prima cosa che si vede è Nettuno col tridente».

In che misura il mito è un valore aggiunto alla bellezza paesaggistica delle isole greche? Il turismo di massa, che si muove spinto dalle mode, non rischia di offuscare il fascino che le avvolge?

«Ogni isola è legata a un mito, e ogni mito a un luogo. Ogni paesaggio richiama un racconto, una storia. Il mio libro vuole appunto mostrare i legami tra luoghi e mito. Certo, le isole sono piccole e oggi la gente è troppa. Ma più del turista che vuole giustamente e onestamente divertirsi io trovo fastidioso il viaggiatore finto-snob e finto-colto che spesso coltiva un’immagine stereotipata della Grecia».

Lei ci racconta di Rodi, isola di “colossi e cavalieri” e “rifugio mitologico degli eroi reietti e vagabondi”; di Kos, isola di buoni medici; di Lesbo, isola dei poeti; di Naxos, isola dionisiaca… Ogni isola, quindi, si attribuiva una particolarità che la rendeva unica. Una forma di “promozione pubblicitaria” ante litteram?

«In un certo senso era così già nell’antichità. Si andava a Kos per curarsi o per ricevere una grazia nel santuario del dio Asclepio. A Rodi, c’ erano le migliori scuole di retorica, anche Cicerone era andato a istruirsi lì. A Naxos, isola di Bacco, si era sicuri di trovare buon vino. Gli uffici turistici oggi giocano ancora su queste immagini tradizionali. Ma ovviamente la storia delle isole dell’Egeo non si riassume in uno slogan: è molto più complessa e affascinante di come la raccontano le guide turistiche».

Ulisse, prima ancora che per il puro piacere di conoscere, è in viaggio per necessità: deve ritornare alla sua Itaca. Nel mondo antico c’ era chi viaggiava solo per il gusto di farlo?

«Il saggio Solone andò in Egitto per scopi che Aristotele descrive con le parole greche “emporia” e “theoria", cioè sia per commerciare sia per vedere le bellezze dei luoghi. Secoli dopo, Plutarco racconta le aspettative dei romani in vacanza alle terme di Edipsos in Eubea: cercavano relax, mare limpido e pesce fresco».

Molte opere, parte integrante del paesaggio che le ospitava (lei parla, per esempio, dei leoni di Delo), sono state sostituite per motivi di conservazione da copie per essere chiuse all’interno di musei. L’ambiente che ne era connotato perde la sua aura? Cosa possono comunicare oggi delle opere decontestualizzate?

«Gli antichi vivevano di copie. Pensate ai romani: copiavano un capolavoro greco e si sentivano come se avessero l’ originale. Poi c’erano statue speciali, come quella della dea Afrodite a Delo, consacrata secondo il mito da Teseo, che era antichissima e insostituibile. Ma, in genere, le opere d’ arte erano fatte per essere copiate o spostate. Uno dei leoni di Delo oggi sta davanti all’ Arsenale di Venezia. Quella ormai è casa sua. Nel libro racconto anche la storia avventurosa di queste opere d’ arte che, dall’Egeo, arrivano a Venezia».

Lei scrive che “la storia, nell’Egeo, procede per addizione”, che “le memorie si sovrappongono” e che “in ogni nuova forma permane l’impronta del passato”. I racconti legati alle migliaia di migranti che oggi stanno segnando la storia di Kos, Lesbo, Samo, Chio (non solo mete turistiche, ma anche luoghi da incubo per gli hotspot sempre più affollati), che tracce mantengono del passato?

«L’Egeo è mare di profughi da sempre. Il troiano Enea, che fa tappa a Delo e a Creta abbandonando la sua patria distrutta dalla guerra, è il profugo per eccellenza. Nel 1922 i greci d’Asia vengono cacciati dai turchi e si mettono in mare lungo le stesse rotte seguite oggi dai rifugiati siriani. Un giorno magari si scriverà un’ Eneide che racconterà il viaggio dei migranti di oggi».


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