Κυριακή 31 Μαΐου 2020

La brutta pagina di Italia dietro il fiele sul caso turismo in Grecia



Scritto da Francesco De Palo

C'è una brutta pagina di Italia dietro il fiele sul caso turismo in Grecia. Al di là dei cretini sui social, che lasciano ormai il tempo che trovano nonostante toni sguaiati e volgarità gratuite, spiace constatare come il lockdown abbia prodotto – o peggiorato - in Italia una crisi (isterica) di sistema.
I fatti sono questi: la Grecia ha deciso di aprire ai voli turistici di 29 paesi dal prossimo 15 giugno. Per gli altri se ne parlerà dal 1 luglio, dati permettendo. Difficile reperire un vulnus, o un atteggiamento da condannare. Semplicemente l'Italia è entrata in una sorta di black list al pari di Francia, Spagna, Inghilterra e Usa.
Anziché attendere con pazienza il 1 luglio, in Italia qualcuno ha deciso di elevare al cubo il livello di tensione e polemiche, proseguendo su una strada già battuta e già zeppa di danni.
Si leggono paragoni impropri con l'epoca della troika, con la crisi economica del 2012, con le radici storiche comuni, conditi da minacce in stile Sala (“ce lo ricorderemo” come detto dal sindaco di Milano ai sardi). Qualcuno dovrebbe richiamare all'ordine queste schegge impazzite che inveiscono 24 ore su 24 senza né capo né coda.
La polemica con la Grecia è, niente altro, che la deriva becera che ha intrapreso l'Italia, dove in piena emergenza le Regioni litigavano col Governo, e a turno tutti si rivolgevano contro tutti, compresi virologi, giornali, commissari, mascherine e forze dell'ordine in un clima da guerra perpetua che non consente di risolvere il problema. Anzi.
Uno scenario a cui si somma il consueto astio che si respira sui social, tramutati da tempo in sfogatoio di massa per disadattati dove è sufficiente accendere il ventilatore per spargere letame su questo o su quello.
Ecco cosa è diventata gran parte dell'Italia, o forse cosa è da un paio di decenni a questa parte: uno sterminato campo di battaglia dove la logica dei Guelfi e dei Ghibellini è assunta a metro di valutazione per ogni cosa, che i social poi amplificano con quell'uso improprio per cui servirebbe davvero una patente sanitaria.
Non abbiamo imparato nulla da questa pandemia? No.
Non solo civiltà e rispetto sono sempre più chimere irraggiungibili a tutti i livelli, ma finanche quella minima capacità di distinguere fatti, opinioni e analisi resta un esercizio maledettamente difficile nello Stivale. E il possesso o meno di una laurea non c'entra nulla, qui si stanno sgretolando le fondamenta dell'essere cittadini attivi: la capacità di comprendere cause ed effetti, di distinguere premesse e conseguenze, di ragionare a mente fredda e in maniera oggettiva, di affrontare i problemi alla radice e non con frasi fatte o soluzioni da comizio elettorale.
Un quadro che è tanto più grave perché perimetrato in un luogo considerato patria di civiltà e scienze, di usi e costumi che circolano in tutto il mondo come un brand riconosciuto. Ma che viene zavorrato da questa depressione, non solo culturale, ma sociale e umana.

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