Δευτέρα, 9 Απριλίου 2018

Le tette della Lupa e l'offesa alla storia

  Peter Paul Rubens, Romulus and Remus

Sulle prime non ci volevo credere, ho pensato che la notizia fosse scaturita dalla giovialità goliardica d’una tifoseria calcistica. Poi sono stato richiamato alla realtà dall’imbarazzo di un giornalista del Tg che, con aria esitante, forse perché gli scappava da ridere, ha confermato quella che era sembrata a tutti gli effetti una burla. Eccola: «Hanno affumicato le tette della lupa».

MICHELE MIRABELLA, 8 Aprile 2018 

I fatti. Nel telegiornale della tv di Stato, di un paese di cui molto si occupano le cronache politiche di questi tempi, per parlare della partita di calcio, Roma-Barcellona, hanno arredato lo studio con i blasoni delle squadre. Come tutti sanno quello della Roma, per dirla con gergalità approssimativamente araldiche, è troncato di giallo e di rosso cremisi onerato di una lupa capitolina che sazia due lattanti con le sue mammelle gonfie di latte. Nel basso dello scudo, «di giallo la scritta riporta il nome di Roma e la data 1927». Ma né l’araldica, né la correttezza diplomatica, né il senso del ridicolo, hanno potuto nulla contro la censura, forse nella sua più vergognosa variante, l’autocensura. Ha colpito durissimo sul morbido, sul soavemente tenero: sulle mammelle della lupa, della gloriosa e affettuosa lupa capitolina che, con il suo latte, sfamò Romolo e Remo, come sanno, non solo i Romani, non solo gli Italiani, non solo gli Europei, ma tutti gli uomini e le donne che hanno letto un libro di Storia. Il censore ha offuscato la Storia.

Il censore mastofobico è un tale di alte responsabilità nella tv di Stato dell’Iran. In quel paese offuscando, oltre le tette lupesche, anche una lunga storia e un’antica cultura, l’integralismo cupo opprime, ammutolisce, acceca ogni idea, ogni voce, ogni sguardo che non siano contemplati nella rigida disciplina ideologica che un’anacronistica teocrazia impone al popolo.

Del censore nulla si sa, a parte la sforbiciata dello spray che ha rinsecchito le mammelle della lupa e ha tagliato la testa a uno dei due gemelli. Non sono in grado di precisare se il decapitato sia Romolo o Remo. E, allora, approfitto per una lezioncina bonaria per ricapitolare agli asini che troneggiano cupi sulle scrivanie iraniane e a qualche scemo epigono italiano, i fondamentali di una conoscenza del passato sunteggiando un manuale di Storia.

Un semplice libro, uno di quei libri che i censori volentieri brucerebbero come fu fatto da chi li ha preceduti nelle gerarchie dell’integralismo musulmano che diedero fuoco a quanto restava della Biblioteca di Alessandria. Un primo incendio fortuito appiccato per errore dalle legioni romane aveva incenerito una parte di quel tesoro dell’umanità. Un danno collaterale che aveva fatto piangere Cesare. Ebbene, nel libro di Storia antica si narra la leggenda di Romolo e Remo e della fatidica fondazione di una delle più grandi città di tutti i tempi e su quella favola instancabilmente si tramano da sempre variazioni affascinanti: sui fondanti solchi sacri, sulla faticosa vicenda umana di un popolo intelligente, valoroso, instancabile che ha fondato la civiltà moderna. E il suo retaggio narra quella a venire. E lo ha fatto inventando cultura, misurandosi con quella degli altri, talora anche da questa lasciandosi conquistare. Ricordiamo la constatazione amaramente felice di Orazio: «Grecia capta ferum victorem cepit». E il poeta continua, arpeggiando, «Et artes intulit agresti Latio». «La Grecia, conquistata dai Romani, conquistò il selvaggio vincitore e nel Lazio agreste portò le arti». Per questo Virgilio aveva potuto cantare del suo Titiro musico bucolico. E Roma conobbe l’Europa e il mondo mediterraneo e l’Asia e la Britannia. Anche la Persia. Conobbe conquistando, ma a tutti impose un modello di civiltà che attivò e ancora determina altissime culture e modi di vivere e di essere. Erano tali anche nell’antico, innumerevoli nelle suggestive varianti di lingue, tradizioni, religioni, culti, storie. Il Pantheon romano si amplia e armonizza con quello greco, inneggiando ai fasti olimpici anche con la venerazione delle divinità famigliari che non su un sacro monte si lasciavano implorare, ma nella rustica poesia del focolare di famiglia che aveva attinto la sua scintilla al fuoco di Vesta.

Agli Etruschi si volle attribuire il dono della Lupa Capitolina cui, più tardi, uno scultore di alto pregio aggiunse i neonati famelici, forse il Pollaiolo. Adesso gli studiosi avvertono che la scultura dell’animale sarebbe medievale. Alleggeriti gli Etruschi del loro meritorio tributo, resta la bellezza dell’opera da cui l’intera umanità sembra essere affascinata e pacifico suggestivo si mantiene come simbolo di una fratellanza nel segno di una civiltà rispettata da tutto il mondo e da tanta parte dell’umanità condivisa. Salvo che dal censore iraniano. Il fatto più fastidioso è che lui, l’integralista, non ha in antipatia la lupa e neanche Romolo e Remo che non sa chi siano. No. Lui ha paura delle mammelle. Di chiunque. Di qualsiasi femmina. Dalle parti del fondamentalismo islamico, hanno orrore dell’eros: del nudo, quindi, che per loro ne è la condizione provocatoria. Vogliono che le donne, svergognate per il solo fatto di essere donne, siano occultate dalla vergogna, quella, sì, orribile, del nascondimento.

E l’arte cui vorrebbero proibire di rappresentare la persona umana, quando è riuscita a farlo, andrebbe distrutta, nascosta, soprattutto quando ha glorificato il Creatore con la bellezza raffigurata nell’innocente e meraviglioso candore della nudità. Gli Italiani, ipocriti censori per viltà, nascosero le sculture classiche dei Musei Capitolini negli scatoloni per non «offendere» l’ospite, il presidente iraniano. Lui non sa quello che si è perso e i vili e stupidi burocrati nostrani s’arruolarono, venduti e traditori, tra coloro che considerano la bellezza del corpo, specie del corpo femminile una spinta peccaminosa alla depravazione. Nella gara degli imbecilli ci rimette le tette la lupa dei romanisti. A loro vada la nostra solidarietà. La lupa dei Romani sta nel libro della Storia.


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