Τετάρτη 3 Φεβρουαρίου 2021

IL “GRANDE SCISMA” E IL CONCILIO DI FERRARA-FIRENZE. di Nicolò Dal Grande

Il recente incontro “cubano” tra Papa Francesco e il Patriarca di Mosca e di tutta la Russia Kirill, ha riportato alla luce la quasi millenaria questione legata al cosiddetto “Scisma d’Oriente”, concernente nella rottura e nella seguente divisione insita alla Chiesa tra il Cattolicesimo e l’Ortodossia, avvenuta nel 1054, e ai vari tentativi di riavvicinamento e riunificazione tra le due confessioni.

L’evento ha rappresentato una svolta significativa nel processo che vede il non semplice tentativo di ricongiungimento; la dichiarazione comune redatta dal Pontefice e dal Patriarca sottolinea la volontà delle due Chiese di riprendere il dialogo in questa direzione, nella consapevolezza della permanenza di “numerosi ostacoli”.
Da quasi un millennio la Chiesa di Roma è divisa dalle comunità ortodosse; diverse le ragioni e le diatribe che spinsero le Chiese dell’antico Impero bizantino a separarsi dal soglio pontificio romano, le principali incentrate attorno al “Primato Papale” e al “Filioque”. La prima questione rappresenta forse il principale punto di discordanza; la Chiesa Ortodossa infatti riconosce al Papa un primato d’onore e di carità ma non il supremo comando sulla cristianità. Altrettanto delicata è la questione della formula “Filioque”, l’espressione latina recitata nel “Credo” attraverso la quale si sottolinea la provenienza, nel dogma della Santissima Trinità, dello Spirito Santo sia dal Padre che dal Figlio congiuntamente, contestata dalla professione ortodossa monopatrista, che ritiene la discendenza dal solo Padre. Una differenza teologica da sempre giudicata non insormontabile, ma comunque mai appianata tra le due Chiese, nonostante diversi tentativi di comprensione fra le parti.
A queste due diversità si possono aggiungere diverse controversie, come la dottrina del Purgatorio, negata dagli ortodossi, ma non sono mancate nella storia implicazioni politiche che hanno favorito lo scisma del 1054 e impedito ogni tentativo di riunificazione. In questo incisero notevolmente le dinamiche legate all’Impero bizantino e al Patriarcato di Costantinopoli – la cattedra più prestigiosa tra le comunità ortodosse – ad esso legato; di fatti più che le differenze sul “Filioque” che portarono alla divisione, ancora considerate superabili, a consolidare la separazione incise l’improvvisa svolta filo normanna che la Santa Sede operò nel medesimo periodo e che portò all’instaurazione dei Regni normanni di Napoli e Sicilia estromettendo arabi e, soprattutto,  bizantini. Decisiva però fu la Quarta Crociata conclusasi con la sciagurata e clamorosa conquista di Costantinopoli (1204), lo smembramento dell’Impero bizantino e l’imposizione in sua sostituzione dell’Impero Latino d’Oriente, durato poco più di cinquantanni e sempre osteggiato dalle popolazioni greche e dalla Chiesa Ortodossa, che mai perdonò l’accaduto, accrescendo di fatti l’astio nutrito verso la Chiesa di Roma, consolidando lo scisma. Prova fu il fallimentare tentativo di riunificazione del Secondo Concilio di Lione (1274), ferocemente osteggiato dai monaci ortodossi, nonostante l’appoggio interessato dell’imperatore Michele VIII Paleologo (1223-1282), che aveva ricostituito bizantino abbattendo il Regno Latino (1261), che necessitava di ricostituire le relazioni diplomatiche con Roma; a nulla valse il tentativo imperiale di imporre a Chiesa Ortodossa e popolo la riunificazione tanto che alla morte di Michele, il successore Andronico II (1282-1328), anti – unionista, sconfessò con l’appoggio del clero bizantino, fede e decisioni paterne, aumentando il solco che divideva Roma da Costantinopoli.
Nonostante gli asti trasmessi di generazione in generazione, le diversità dottrinali e le inevitabili ingerenze socio-politiche dei tempi, Cattolicesimo e Ortodossia tentarono più volte di riaprire il dialogo. In questo un grande tentativo avvenne nel XV° secolo, quando le due Chiese giunsero ad una vera e propria ufficializzazione di riunificazione, durante i lavori conciliari di Ferrara-Firenze (1431-1445).
Indetto a Basilea nel 1431 da Papa Martino V (1368-1431) e condotto dal sucessore Eugenio IV (1383-1447), secondo i dettami del Concilio di Costanza (1414-1418) che prevedeva una convocazione conciliare periodica, venne spostato a Ferrara nel 1438 a causa dell’ostilità di alcuni cardinali locali sostenitori del “conciliarismo”, corrente che sosteneva una supremazia del Concilio sul Papa; tra i temi da discutere si prevedeva la riunificazione tra la Chiesa cattolica e quella ortodossa.
Le due Chiese si preparavano all’incontro in uno scenario geopolitico e culturale molto particolare. La Chiesa cattolica usciva allora dal trauma dello Scisma d’Occidente (1378-1417), il drammatico quarantennio in cui il Cattolicesimo si divise tra una schiera di papi e antipapi, contendenti il soglio pontificio, dovuto alla decisione del pontefice Gregorio XI (1330-1378) di riportare la sede papale a Roma dopo la parentesi di Avignone – la cosiddetta “cattività avignonese” durata dal 1317 al 1377 – e al rifiuto di numerosi cardinali francesi nel riconoscere il successore Urbano VI. Ricomposto nel 1417 a Costanza, dopo un quarantennio in cui un’Europa cattolica divisa ora con l’uno ora con l’altro contendente e costantemente in conflitto, lo scisma occidentale aveva lasciato sulla Chiesa una pessima immagine; inoltre l’abbandono di Basilea da parte di Eugenio IV spinse la minoranza conciliarista ad eleggere come antipapa il Duca di Savoia Amedeo VIII (1383-1451) col nome di Felice V, dando inizio al “Piccolo Scisma d’Occidente”, che sarebbe durato sino al 1449 con l’auto deposizione di quest’ultimo.
Parimenti la Chiesa Ortodossa giungeva con la delegazione imperiale nel momento più buio della storia bizantina; larva del glorioso Impero romano d’oriente, Costantinopoli altro non era che la capitale di pochissimi centri, minacciati dall’ombra dei turchi ottomani, che ormai stringevano d’assedio l’antica capitale, sia dall’Anatolia che dai Balcani. La morsa del sultano si stringeva sempre di più e per questo l’imperatore Giovanni VIII Paleologo (1392-1448) tentò la carta della riunificazione delle due Chiese al fine di trovare alleanze contro l’incombente minaccia.


Presunto ritratto di Giovanni VIII Paleologo, eseguito da Benozzo Gozzoli. Affreschi della Cappella dei Magi (1459), Palazzo Medici Riccardi, Firenze.
I più grandi esponenti e teologi parteciparono all’evento, tra i quali lo stesso imperatore bizantino e il Patriarca di Costantinopoli Giuseppe II (1360 ca. – 1439). I lavori iniziarono a Ferrara nel 1438 ma, a causa di una grave epidemia esplosa nella città, il concilio venne spostato a Firenze nel 1439, dove lo stesso anno venne a mancare il patriarca bizantino che venne sostituito nella guida ai lavori da due dei più grandi teologi ortodossi, Basilio Bessarione (1403-1472) e Isidoro di Kiev (1380/1390 – 1463). Il grande e variopinto corteo bizantino che giunse nella città toscana, di recente divenuta soggetta alla signoria della famiglia dei Medici (1434), impressionò notevolmente l’ambiente degli artisti locali, ispirando figure quali Piero della Francesca (1416/1417 – 1492) e Filarete (1400-1469), tanto che alcuni storici dell’arte ne identificano uno degli eventi principali nello sviluppo del Rinascimento.
Sebbene le ragioni di fondo fossero legate all’imminente attacco ottomano contro Costantinopoli, i lavori conciliari ferraresi e fiorentini si concentrarono sui punti dottrinali divergenti, con l’obbiettivo di portare ad una unificazione dogmatica. Al centro della discussione la dottrina del “filioque”, che vide un interessante dibattito tra Bessarione e il vescovo di Forlì, Luigi Pirano (1380 ca – ?); dopo varie sedute si giunse in merito al grande compromesso, nel quale gli ortodossi giungevano ad accettare la dottrina del “filioque”, senza l’obbligo di inserirlo nel “Credo”. Parimenti un punto d’incontro si trovò per ciò che concerneva la dottrina del Purgatorio, grazie alla formula di compromesso “sono purificate con le pene del Purgatorio”, presente nella Prima Lettera ai Corinzi – cap. 3.15 – che evitava ogni suggerimento di comprendere il Purgatorio quale “luogo”. Infine si giunse ad un accordo sul primato papale, cui si riconosceva il potere di pascere, reggere e governare la Chiesa universale, con in aggiunta la formula “in accordo con gli atti dei Concili ecumenici e dei Sacri Canoni”. In questi accordi un ruolo di primo piano venne attribuito a Bessarione, a favore della riunificazione, che seppe dimostrare come alcuni passi di San Basilio, fra i santi più venerati dalla Chiesa Ortodossa, sostenessero le posizioni della Chiesa di Roma.
Con il decreto Laetentur coeli del 6 luglio 1439, si sanciva ufficialmente la riunificazione delle due Chiese; unico a rifiutarsi di sottoscrivere l’atto fu il vescovo ortodosso Marco di Efeso (1392-1444). Analoghe unificazioni avvennero con alcune comunità di cristiani copti, armeni e siri.
La riunificazione della Chiesa latina con quella bizantina fu però un fuoco di paglia. Ritornati in Oriente, i

Il decreto Laetentur Coeli.
vescovi ortodossi firmatari si trovarono ad affrontare l’ostilità dei monaci e del popolo, che non volevano la riunificazione, preferendo il “turbante dei turchi alla tiara dei latini”. Il ricordo della Quarta Crociata era ancora vivo. Dei trentuno delegati ortodossi che posero la firma sul decreto di riunificazione, ben ventuno ritrattarono, condannando il Concilio. Bessarione e Isidoro di Kiev, che rifiutarono di ritrattare, lasciarono rispettivamente Costantinopoli e Kiev per riparare in Italia, dove furono elevati cardinali dal pontefice; con sè Bessarione portò la sua immensa biblioteca che, in punto di morte, avrebbe donato alla Repubblica di Venezia, andando a costituire il primo nucleo della Biblioteca Marciana.
Il tentativo di riunificazione era miseramente fallito. Ogni tentativo di far valere il decreto del 1439 cadde nel vuoto. La brutale conquista di Costantinopoli del 29 maggio 1453 per mano ottomana e la fine dell’Impero bizantino, impedirono la ripresa dei dialoghi. Il prestigioso seggio del patriarcato di Costantinopoli, che per tradizione avveniva per nomina imperiale, fu da allora preteso dai sultani ottomani, che ovviamente avevano tutto l’interesse a mantenere divisi cattolici e ortodossi. L’eredità di guida dell’Ortodossia fu da allora rivendicata dalla Russia, ostile alla riunificazione delle Chiese, che dal 1589 vedeva la costituzione del patriarcato di Mosca, in sostituzione proprio di Roma all’interno del cosiddetta “Pentarchia”, ovvero la dottrina che vede il governo della Cristianità spettante alle cinque sedi episcopali più prestigiose: Roma, Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme. Questo ovviamente inasprì i rapporti tra latini e ortodossi.
Malgrado l’inconcludente conclusione del Concilio, non tutto andò perduto; i Regni di Polonia e di Ungheria infatti seguirono quanto stabilito a Firenze nel 1439, promuovendone i dettami, favorendo la riunificazione con Roma di numerose comunità ortodosse, dando vita alla cosiddetta Chiesa Uniate, che tutt’oggi raccoglie milioni di persone tra Slovacchia, Ungheria ed Ucraina.
Solo nell’ultimo cinquantennio le due Chiese sarebbero tornate a riavvicinarsi, con il ritiro delle rispettive scomuniche avvenuto con l’incontro a Gerusalemme di Papa Paolo VI (1897-1978) e il Patriarca di Costantinopoli Antenagora I (1886-1972) e con l’incontro tenuto durante il Concilio Vaticano II (1962-1965), che decretò la fine delle rispettive scomuniche e la volontà di riconciliazione, che ha visto un nuovo importante capitolo nell’incontro di quest’anno tra Papa Francesco e il Patriarca Kirill.
Nicolò Dal Grande

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