Τρίτη 16 Οκτωβρίου 2018

Tragedia = τραγῳδία: il “canto dei capri”

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Cosa significa la parola tragedia? Se in un altro articolo abbiamo parlato delle origini di questo genere, qui parleremo dell’etimologia del termine.

Da Davide Esposito - 11 ottobre 2018  

Tragedia = il canto dei capri

Tragedia in greco è τραγῳδία, composto dalle parole τράγος e ᾠδή. Se la seconda parola, canto, non ci desta perplessità, più problemi causa la prima parola. Tràgos significa infatti capro. Ma cosa c’entra il capro con una rappresentazione teatrale? Secondo l’interpretazione più antica, pre-ellenistica, significherebbe “canto dei capri”, in riferimento ai coreuti e al loro legame con i satiri. In età ellenistica è stato invece inteso come “canto per il capro”, dove quest’ultimo sarebbe stato il premio in palio di una gara. La teoria è attestata anche fra i Romani.[1]

Lo stesso Erodoto, però, ci fornisce un’altra informazione preziosa che può farci fare un ulteriore passo in avanti nella questione. Sto parlando del brano delle Storie riguardo Clistene, tiranno di Sicione.[2]

Clistene, in lotta con gli abitanti di Argo, decise di colpirli indirettamente, proibendo il culto locale dell’eroe Adrasto, presente nel ciclo tebano.

«Con ciò mi sembra che Clistene abbia imitato il suo nonno materno Clistene, tiranno di Sicione. Quando era in guerra contro gli Argivi, questo Clistene soppresse a Sicione le competizioni tra i rapsodi per i poemi omerici, per il fatto che Argivi e Argo vi sono troppo elogiati; inoltre, poiché proprio nella piazza centrale di Sicione sorgeva, e sorge ancora, un eroon dedicato ad Adrasto figlio di Talao, a Clistene venne voglia di espellerlo dal paese, perché Adrasto era Argivo: si recò a Delfi e chiese all’oracolo se poteva estromettere Adrasto; e la Pizia gli rispose sentenziando che Adrasto era re dei Sicioni, lui invece il loro lapidatore. Poiché il dio non lo autorizzava, tornato a casa, meditava un sistema grazie al quale Adrasto se ne andasse da sé. Quando credette di averlo trovato, inviò a Tebe di Beozia un messaggio: voleva trasferire a Sicione la salma di Melanippo figlio di Astaco; e i Tebani acconsentirono. Clistene portò in patria i resti di Melanippo, gli assegnò un recinto sacro dentro al Pritaneo e lì lo collocò, nel punto più difeso. Clistene traslò Melanippo (certo questo va spiegato) in quanto era nemico giurato di Adrasto: gli aveva ucciso il fratello Meciste e il genero Tideo. Una volta dedicatogli il recinto, distolse da Adrasto sacrifici e festeggiamenti e li concesse a Melanippo. I Sicioni erano soliti solennizzare Adrasto in maniera splendida: infatti il loro paese apparteneva a Polibo e Adrasto era nipote di Polibo (per parte della figlia), sicché Polibo, morendo senza figli, gli aveva lasciato il potere. Vari altri onori i Sicioni tributavano ad Adrasto, in particolare ne celebravano le sventure con cori tragici, venerando non più Dioniso ma Adrasto. Clistene restituì i cori a Dioniso, e il resto della cerimonia lo dedicò a Melanippo. »

(Erodoto, Storie, V,67)

Adrasto e la tragedia greca

Apparentemente non c’è nulla di sconvolgente. L’eroe Adrasto sarebbe al centro di una tragedia che, appunto, ne celebrava le sventure. Ma il termine utilizzato nella frase finale tradotto con “restituì”, è però traducibile anche con “attribuì”.[3] Allora, in realtà, Dioniso è solo il sostituto di tutt’altra persona, di Adrasto?

Il Lessico Suda arricchisce la vicenda. Un certo Epigene, secondo alcuni anch’egli un euretès come Arione, avrebbe cercato di introdurre nella città di Corinto i cori tragici in onore di Dioniso, a cui il popolo rispose con “οὐδέν πρός τόν Διόνυσον”, che significa “Niente a che fare con Dioniso”. La frase, intendibile superficialmente come un rifiuto della popolazione al culto dionisiaco, potrebbe invece significare che sono i cori tragici a non aver “niente a che fare con Dioniso”.

Insomma, dietro Dioniso si celerebbero l’Eroe e i suoi “pathea”, e il capro avrebbe tutt’altro significato. In realtà il coro avrebbe cantato la passione e morte del vero protagonista della tragedia, poi sostituito con Dioniso, forse, come ci suggerisce la vicenda di Clistene, per ragioni politiche. A questo punto, risolta una questione, ne emerge un’altra. Chi è questo eroe? Perché cantarne la passione e la morte? E il fatto che sia stato “scelto” come sostituto l’unico dio, Dioniso, protagonista di una morte e una rinascita, è soltanto un caso?

Note:

[1] « Carmine qui tragico vilem certavit ob hircum » (Orazio, Ars poetica)

[2] Jstor – Clistene di Sicione, Erodoto e i poemi del Ciclo tebano

[3] Casertano-Nuzzo, L’attività letteraria nell’antica Grecia, Palumbo, 1997

Davide Esposito


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