Κυριακή 10 Μαΐου 2015

La Grecia verso un «compromesso onorevole» ?

Qual­cosa deve essere suc­cesso negli ultimi giorni se per­fino molti media euro­pei a que­sto adusi, hanno smesso di insul­tare i greci e il governo che si sono scelti. Se le cor­ri­spon­denze tv da Bru­xel­les e da Ber­lino hanno abban­do­nato i toni minac­ciosi e lugu­bri per spriz­zare otti­mi­smo e buoni sen­ti­menti.
Qual­cosa è suc­cesso, ma nes­suno si è preso la briga di spie­garci cosa. Eppure non è per l’attesa dei risul­tati del voto bri­tan­nico e ino0ltre non c’è nulla di segreto. Una decina di giorni fa Ale­xis Tsi­pras è apparso in tv e per la prima volta ha fatto diret­ta­mente cenno all’eventualità di un refe­ren­dum. Delu­dendo le aspet­ta­tive della stampa ita­liana ed euro­pea, sul piatto non ci sarà l’uscita o no dall’eurozona. Ci sarà invece la pro­po­sta di auste­rità sulla quale Gre­cia e cre­di­tori si stanno scon­trando negli ultimi tre mesi: volete voi appro­vare que­ste misure di auste­rità che a noi del governo ci fanno ribrezzo? Rispon­dere sì o no.
Sem­brerà strano, ma il governo greco è con­vinto di poter vin­cere que­sto refe­ren­dum, pur avendo con­tro la tota­lità dei media. Le tv oli­gar­chi­che gre­che fanno pena e l’opposizione filo­te­de­sca pure. Dall’altra, la gente sente la parola «riforme» e perde subito la pazienza. Ci sono quindi per Tsi­pras fon­date spe­ranze che si armi alla fine di un sonoro no, in modo da poter andare a sbat­terlo in fac­cia a Schau­ble, chie­den­do­gli se intende igno­rare anche que­sto responso delle urne greche.
Poi abbiamo avuto un inso­lito flusso di voci uffi­ciose pro­ve­nienti tanto dal governo quanto da Syriza. Que­ste voci insi­stenti dice­vano che i 200 milioni del 6 mag­gio sareb­bero stati senz’altro pagati al Fmi (come è avve­nuto). Ma i 750 milioni del 12 mag­gio non erano per niente sicuri, per il sem­plice fatto che i soldi sono sem­pre di meno. Alcuni mini­stri greci, com­preso il «mode­rato» Dra­ga­sa­kis, hanno ripe­tuto ancora una volta che se dove­vano sce­gliere tra pen­sioni e debiti avreb­bero scelto le prime. Fin­chè lo stesso Tsi­pras si è attac­cato alla cor­netta e ha infor­mato tutti, da Junc­ker alla Mer­kel e da Putin a Dijs­sel­bloem, che o si rag­giun­geva un accordo rea­li­stico all’eurogruppo di lunedì oppure mar­tedì la Gre­cia smet­teva di pagare. In Ita­lia non se ne è par­lato molto per non spar­gere il panico nella fila della mag­gio­ranza e per rispetto per il lutto di Schau­ble, ma tutto que­sto atti­vi­smo ha avuto effetto. Sem­bre­rebbe che gli euro­pei abbiano final­mente capito alcune cose sem­plici: che Tsi­pras non vuole uscire all’eurozona, ma non è per niente dispo­sto a pie­gare la schiena per rima­nerci. Se messo alle strette, come si è tro­vato alla fine di aprile, è pronto a get­tare il cerino acceso nel cuore dell’eurozona.
In tutta Europa girano auto­re­voli eco­no­mi­sti, ban­chieri, finan­zieri, gior­na­li­sti o sem­plici milio­nari, pronti a giu­rare che “l’eurozona è coraz­zata” e che “non ci sarà nes­sun effetto domino”. Poi, di fronte alla pos­si­bi­lità con­creta, Junc­ker si è visto improv­vi­sa­mente nel ruolo di pen­sio­nato brillo, Schulz costretto a volan­ti­nare nella peri­fe­ria di Dus­sel­dorf e la Mer­kel a dover dare spie­ga­zioni alla Bdi (la Con­fin­du­stria tede­sca) per aver man­dato in fumo l’eurozona e forse anche l’Ue. Lo ha capito per­fino Schau­ble: il gre­xit è un’invenzione da dare in pasto alla plebe, ma per carità, non si può fare.
Ecco quindi che è giunto alle nostre orec­chie l’eco di una rissa furi­bonda tra il Fmi e gli euro­pei, sem­bra già scop­piata a Riga, quando Varou­fa­kis stava per essere fuci­lato sul posto. Il Fmi con­cor­de­rebbe con Tsi­pras che il debito greco è inso­ste­ni­bile e vor­rebbe un gene­roso taglio, esi­gendo in cam­bio la dere­gu­la­tion del lavoro dipen­dente. Gli euro­pei non vogliono sen­tire par­lare di hair­cut e insi­stono sull’aumento delle tasse. Tra i due liti­ganti, l’isolato, fru­strato, dispe­rato e «scon­fitto» Tsi­pras per ora è tutto meno che iso­lato, fru­strato e sconfitto.
Sono que­ste le pre­messe che fanno pre­sa­gire che si vada verso quel «com­pro­messo ono­re­vole» evo­cato fin dall’inizio da Atene. Forse lunedì non ci sarà un accordo ma solo una dichia­ra­zione pub­blica, men­tre i con­te­nuti non sono ancora noti. Abbiamo solo le ras­si­cu­ra­zioni corali di tutti gli espo­nenti del governo che le «linee rosse» anti-austerità saranno pie­na­mente rispettate.
Mer­co­ledì era il giorno della rias­sun­zione di tutti gli sta­tali licen­ziati ille­gal­mente, com­prese le eroi­che donne delle puli­zie del mini­stero delle Finanze. Ma era anche il giorno in cui sono stati rin­viati a giu­di­zio 40 impren­di­tori e ban­chieri (tra cui alcuni oli­gar­chi) che hanno let­te­ral­mente sac­cheg­giato il Ban­co­Po­sta elle­nico prima di sven­derlo. Alcuni sono già in galera, altri segui­ranno. Sì, Tsi­pras gioca duro e gioca per vincere.


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